Paul Bailey, Le confessioni di Peter Smart
di Ade Zeno

“Alla fine ce l’aveva fatta” inizia a raccontare la voce di Peter Smart parlando in terza persona. “D’ora in poi non avrebbe più patito umiliazioni e sconfitte perché adesso era in compagnia dei trapassati.” Superati i confini estremi della vita, Peter è appena volato nel nuovo mondo, agognato obiettivo raggiunto grazie ad alcune provvidenziali capsule di Nembutal. Traguardo che, a onor del vero, non ha niente di speciale, anzi, quello che gli si para di fronte è un improbabile e comico aldilà più simile a una periferia desolata che al paradiso, uno spazio sbiadito e amorfo, popolato, come se non bastasse, da angeli indifferenti e da una sgradevole musica che sembra “una delle innumerevoli e insignificanti opere di Siegrfid Günter, il figlio stonato di Bach.” Poi, terribilmente, la clamorosa smentita: è stato solo un sogno, un abbaglio onirico, un breve viaggio di andata e ritorno destinato a concludersi in una corsia d’ospedale al cospetto di un’ironica infermiera negra e di un medico assai scortese. Già questo quadretto di poche pagine basterebbe per assaporare l’essenza di una storia tanto malinconica quanto strampalata, ma a rubare il respiro alla lettura ci penseranno d’ora in avanti anche eserciti di altri incontri, moltitudini di microstorie incastrate fra loro in un mirabolante susseguirsi di episodi che distribuiscono divertimento ovunque.
A trentatré anni dalla prima edizione inglese, e tradotto soltanto oggi in italiano dalla felicemente piccola e fantasiosa Playground, esce in questi giorni un libro bellissimo il cui spietato sottotitolo recita: “Autobiografia di un attore fallito”. Romanzo polifonico, truce, attraversato in ogni sua fibra da un’ironia abbacinante ed esplosiva, Le confessioni di Peter Smart è il racconto in prima persona di un artista che pur cercando ostinatamente di imbattersi nella felicità, nell’amore, e nel desiderio di districarsi con leggerezza fra le maglie del mondo, è costretto suo malgrado a incrociare sulla sua strada soltanto delusioni, passioni burlesche, affetti contorti, e ovviamente fallimentari tentativi di suicidio. Minato fin dall’infanzia da un padre inesistente il cui unico talento è quello di sapersi rendere innocuo al cospetto dell’universo, e da una madre incapace di amare alcunché, il piccolo Peter assiste quasi impotente alla propria educazione umana lasciandosi colpire a petto scoperto dal prodigioso plotone di mostri che la vita gli posiziona passo dopo passo tra i piedi. Dalla “nonna marrone”, vigorosa vecchietta tanto docile quanto puzzolente che perde denti nei boccali di birra mentre trascorre le sere leggendo storie violente e morbose, al sessualmente assatanato dottor Cottie, ottuagenario medico autore di un misterioso libro dal titolo Con lo stetoscopio e lo scalpello, al fedele coinquilino Nevil Drake col quale, tra mille altre cose, condividerà l’ambizione di calcare le scene grazie a un’improbabile rappresentazione teatrale in cui il re Edipo è afflitto dalla sifilide. Il tutto vissuto, visto e analizzato dallo sguardo ironicamente disperato dell’adorabile Smart, personaggio talmente sconfitto da commuovere, così deliziosamente antieroico da far sì che tutta la sua giusta disperazione resti in fondo solo una comparsa, un accessorio necessario, una spalla indispensabile per rendere comunque possibili le ipotesi di felicità. Una felicità che non si vede, ma c’è, e dunque merita di essere narrata. Perché tutto sommato la vita sarebbe molto più triste se nessuno trovasse il coraggio e la fantasia per inventarsela, e per raccontare gli strani prodigi di questa meravigliosa, sacrosanta invenzione.
Paul Bailey, Le confessioni di Peter Smart, Playground, p.205, 14 euro. Traduzione di Alessandro Bocchi
Scheda del cassonetto
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di Ade Zeno ”, un cassonetto in ATTI IMPURI
- Data pubblicazione:
- 7 luglio 2010
- Categoria/e:
- Recensioni
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