Pidocchi
di Alessandro De Roma

Sui marciapiedi di ogni strada di Calcutta c’è almeno un barbiere. Un signore seduto per terra o su uno sgabello che taglia i capelli e fa la barba. Io che sono un europeo delicato e viziato sono andato da un barbiere elegante, a due passi dalla stazione della metropolitana di Kalighat. Si capisce che è un barbiere per ricchi da tante cose: solo nell’anticamera ci lavorano 4 persone: un ragazzo che apre e chiude la porta ai clienti,  e tre ragazze che stanno dietro un banchetto e prendono le prenotazioni.  È lo stesso principio della sovrabbondanza adottato per esempio anche nei supermercati Spencer’s: come se i clienti ricchi avessero un disperato bisogno, in ogni momento delle loro giornate, di ritrovare sempre la piacevole e distesa atmosfera garantita dal solito entourage di servi. Ma il posto è piccolo e non c’è troppo da aspettare.
Il mio barbiere sta facendo pedicure e massaggio a due signori che, 15 minuti più tardi, se ne andranno via pagando circa 2000 rupie, 35 euro.  A Calcutta, l’equivalente di 500 biglietti della metropolitana. Dopo di loro toccherà a me.
Si capisce che è un posto per ricchi anche perché è scritto tutto in inglese: “management is not responsible for your valuables”, “non smoking”, “dreaming of a hairless body? We can make your dreams come true”.
Il principio è ormai assodato: più un luogo è frequentato da ricchi, più l’inglese spadroneggia: se un’università è prestigiosa, le lezioni si svolgono in inglese; i giornali seri (the Statesman, the Telegraph) pubblicano anche o solamente edizioni in inglese; e così i barbieri di una certa levatura  comunicano esclusivamente in inglese con la propria clientela, anche quando si tratta solamente di peli superflui.
Durante il taglio mi devo sciroppare una specie di mtv indiana, che trasmette solo musica in stile pop internazionale, in inglese. Davanti a me, accanto allo specchio, c’è uno schermo piatto simile  a quelli sistemati sopra gli orinatoi del centro commerciale SouthCity.
Sono molto soddisfatto del taglio, anche se ci è voluto un po’ per convincere il barbiere a tagliare un po’ più corto: qui c’è l’abitudine, per me un po’ retrò, di portare i capelli sempre lunghetti. Il barbiere chic mi ha cosparso il borotalco sul collo e sulla faccia e, per togliermi i peletti che rimangono sempre tra i capelli dopo il taglio – quelli che, se non ci si fa la doccia, ci si ritrova la mattina sul cuscino – invece che farmi uno shampoo,  mi ha stretto la testa con i polpastrelli e mi ha scosso i capelli per almeno cinque minuti. Un’esperienza del tutto inaspettata: una specie di piccola montagna russa.
Il costo dell’operazione mi viene comunicato con una certa gravità: fuori, accanto alla porta,  pubblicizzavano un’offerta speciale: taglio e rasatura a 150 rupie. Ma si vede che a me hanno riservato un altro trattamento. 169 rupie! Probabilmente la maggiorazione è dovuta alle montagne russe finali.
150 rupie equivalgono a 42 biglietti della metropolitana.
Più di ottanta copie del quotidiano The Telegraph.
8 tagli di capelli da un barbiere ordinario, ossia uno di quelli di strada.
Tradotto in termini italiani, tuttavia: circa un quinto di quanto avrei speso da un barbiere medio a Cagliari o a Torino; circa tre pacchi di pasta Barilla al supermercato Conad, o due confezioni di marmellata Santarosa in offerta, oppure mezza pizza capperi e acciughe, ossia: meno di tre euro.
Esco davvero soddisfatto. La fortuna di essere nato in Europa. Di poter prendere un aereo e sentirmi facilmente ricco, anche con un semplice atto quotidiano come tagliarsi i capelli. Credo che tornerò. Nonostante le montagne russe finali.
Sul marciapiede, esattamente di fronte all’usciere che mi apre la porta,  ci sono due donne scalze: una è seduta, l’altra è inginocchiata. Quella inginocchiata è intenta a spidocchiare i capelli lunghi e grigi dell’altra donna.
Non è una scena insolita, l’ho vista molte volte. L’ho perfino visto fare a due turiste bionde sedute sui gradini del Victoria Memorial: chissà come si erano prese i pidocchi.
Ma vedere quella scena proprio lì davanti, in quel momento, era un messaggio diverso. Speciale. L’emblema perfetto delle contraddizioni di questo gigantesco e lercio pachiderma che si chiama Calcutta, che si muove – piano – ma comunque, si muove e, ogni tanto, si ferma a spidocchiarsi un po’, come si faceva ai bei tempi.


Scheda del cassonetto