Un estratto da Quante bugie hai detto questa sera
di Alessio Di Girolamo

Pubblichiamo un estratto di un esordio parecchio impuro: chi ricerca narrazioni ambigue e inattendibili in grado di penetrare l’animo umano, chi non teme il rischio di lasciarsi trasportare per centottanta pagine nel farsi e disfarsi di un coming of age d’autore, chi non ha dimenticato l’Emilio e gli aerei cattivi, sappia che il romanzo Quante bugie hai detto questa sera (TerraRossa edizioni) di Alessio Di Girolamo è già disponibile nelle librerie migliori.

Quante_bugie_copertina_defQuando ero più piccola, c’erano cose che non mi spiegavano anche se io chiedevo perché.
Dovevo andare in prima elementare e tutti erano tristi e piangevano per gli aerei cattivi. O forse erano preoccupati per me, perché ero più piccola degli altri e cominciavo la scuola a cinque anni, cin-que-an-ni, e usavo le dita di una sola mano per dire la mia età.
La mamma e la nonna dicevano che era un anno speciale proprio perché iniziavo la scuola elementare, ma intanto la nonna mi aveva portato a Voli perché faceva caldo e si potevano ancora fare i bagni. C’eravamo solo io e lei nella casa dei bisnonni, ma io ero contenta che eravamo da sole.
Il giorno degli aerei, dopo pranzo, la nonna guardava la TV e ho visto che le persone facevano le capriole in aria come gli artisti del circo. All’inizio dicevo: Ma come fanno a volare, nonna? Perché non mettono dritta la telecamera? Le persone volavano, ma verso il basso.
Non stanno volando, tesoro, ha detto la nonna, e ho visto che aveva gli occhi lucidi, perché la nonna si commuoveva facilmente, o forse era colpa di un moscerino: io proprio non capivo perché piangeva per le persone che volavano. Ma era come aveva detto lei: le persone piccolissime cadevano verso il basso, precipitando lungo le colonne dei due palazzi grigi fumanti sotto il cielo azzurro, come le mosche quando le colpivo spezzandogli le ali perché erano fastidiose e disturbavano troppo.
Poi la nonna ha spento il televisore e ha chiamato la mamma. Non voglio che guardi, ha detto.
Perché non posso? le ho chiesto. Ma la nonna non ha risposto e mi ha passato la mamma.
Ciao, Pallina, tutto bene? mi ha chiesto la mamma.
Sì, mami.
Andate in spiaggia?
Sì, più tardi. La mamma non sembrava preoccupata e io ero contenta di andare in spiaggia. Abbiamo preso la borsa e ci siamo incamminate, ma erano tutti sulla terrazza a guardare i palazzi fumanti e allora siamo rimaste anche noi. La nonna mi teneva per mano e guardavamo alla TV tutte quelle persone che parlavano agitate o che piangevano e si abbracciavano in strada, poi sono arrivati i camion dei pompieri e le autoambulanze con le sirene. A un certo punto, in fondo in fondo, lontano nella strada, succedeva una cosa spaventosa, uguale come nei film: tanta nebbia, tanto fumo, e le persone si voltavano e correvano, si voltavano e gridavano, stavano un attimo ferme e poi scappavano, mentre i pompieri andavano in senso opposto e scomparivano nella nuvola, proprio come in un film!
Continuavano a ripassare scene che avevo già visto, e io pensavo che forse volevano che le imparavamo bene, forse volevano che poi, se ci interrogavano, dicevamo tutti com’era successo che gli aeroplani si addormentavano e sbattevano contro le torri e l’altro edificio fatto come un canestrello con cinque lati, come capitava a me quando mi svegliavo per fare pipì e avevo gli occhi cisposi ed ero mezzo addormentata e sbattevo contro lo stipite, e a volte, con l’Emilio in braccio, sbatteva anche lui la testa e gli dovevo dire scusa—
Nella cesta dei giocattoli non c’era, Anna.
Le facce sulla terrazza erano tutte ma tutte tristi e le persone si avvicinavano fra loro, si battevano piano le mani sulle spalle: sembrava che volevano tutti piangere e abbracciarsi, e tutti ripetevano quello che succedeva come a Villa Genero le filastrocche.
Nonna, io non voglio più guardare, ho detto a un certo punto. E tremavo, tremavo, tremavo. Non mi sentivo per niente bene. Domani, ti prego, non veniamo in spiaggia, andiamo a prendere i fichi in collina.
Siamo tornate a casa e la sera mi sono coricata presto, ma non riuscivo a dormire e sentivo che la nonna diceva: Ha avuto una crisi.
Ero nel letto e stringevo l’Emilio, ce l’avevo ancora quel giorno. È stato quell’anno che forse l’Emilio è rimasto a Voli, o l’estate dopo, o la zia l’ha buttato, o l’ha dato ad Alessio e se l’è tenuto lui. Non riesco proprio a ricordare dov’è finito: ma certo non se l’è rubato la Bambina vestita di bianco che viene a trovarmi quando dormo. Nel chiarore che entrava dalla porta aperta, mi sono guardata le mani e ho visto che erano piccole: con tutte le linee al posto giusto.

Alessio Di Girolamo, Quante bugie hai detto questa sera, TerraRossa edizioni, Alberobello (Bari) 2018, 182 pp., € 15.