La giornata di un traduttore (sotto consegna)
di Sara Cavarero

 

 

4.00
«Perché mi hai svegliata?»
«Perché stai parlando nel sonno, e non capisco cosa stai dicendo. Parli in spagnolo»
«Ma non lo so, lasciami dormire».

6.30
La sveglia.
Ma se sono due ore che mi sono riaddormentata. Non ci penso nemmeno, io non mi alzo! Però a quest’ora non mi dovrebbe telefonare nessuno… Niente male come prospettiva. Ho cambiato idea. Mi alzo.

6.35
I cani. La pappa. Sono già lì felici che saltano e brontolano come se non mi vedessero da due anni e invece è da ieri notte all’una che non mi vedono. Sono andata a letto all’una… perché…? ah già, ecco perché, dovevo arrivare a pagina 184.

6.40
Ecco che arrivano anche i gatti. Devono mangiare pure loro. Altra scatoletta. E pulire la lettiera. E magari fare un caffè.

6.50
Che buono l’odore del caffè. Me lo bevo qui sui gradini all’entrata di casa, al fresco. E mi fumo anche una sigaretta. Pagina 184… madonna, ne mancano ancora troppe e la consegna è dietro l’angolo.

6.55
Mi lavo. Sì, ci si lava. Anche se si lavora a casa, anche se non ci vedrà probabilmente nessuno. Io il pigiama lo tolgo. Se no mi sembra di continuare a dormire e non rendo. Certo non mi vesto come se andassi in ufficio (questa è una delle cose che mi sono riproposta di fare un sacco di volte, ma alla fine non ci riesco proprio. Sono sempre in ritardo)

7.15
Amo lo spazzolino da denti. Non so se muoverlo su e giù serva a riattivare i miei neuroni ma di solito gli incubi sintattici o i dubbi lessicali si risolvono tra la quinta e la sesta spazzolata vigorosa. E anche questa mattina è così. E mi segno la soluzione su un pezzetto di carta igienica. Non vorrei proprio andasse persa.

7.30
Ora ics. La porta del mio studio chiusa. La devo aprire. Coraggio. Sì, devo entrare nel mio studio. Cioè entrare nella stanzetta che mi sono ricavata per poter lavorare. Potrei farlo ovunque, non ho bisogno di grande spazio, ma così ho la sensazione (che è proprio solo quello: una sensazione) di relegare il lavoro a un’area della casa. Nella realtà poi il mio lavoro invade tutto. Libri, fogli, appunti… ovunque.

7.32
Sigaretta. Accensione computer.

7.35
Solito giro su social network per vedere se qualcuno ha scritto qualcosa d’interessante a livello lavorativo. Ah ecco lì i “colleghi”, sono quelli che postano messaggi con richieste d’aiuto anche alle due del mattino. Moderni nottambuli.

7.45
Lettura giornali. Non c’è molto da stare allegri.

8.00
Sono passate già due ore da quando mi sono svegliata e non ho ancora iniziato a tradurre. Ho un po’ di paura. Il libro che sto traducendo mi piace, ma non so cosa mi prospettano le pagine di oggi. Dubbi?

8.05
E se dopo questo libro non ne arriverà mai più un altro? E se si dimenticheranno tutti che esito e non avrò nessun altro incarico? E se quando succederà ormai non riuscirò più a trovare un altro lavoro? E se… Ecco, la funzione “paranoie” è attivata.

8.06
Io scendo e mi prendo un altro caffè. E una sigaretta (devo smettere), magari le paranoie passano. Ma in che stato è la cucina? La sistemo solo un attimo. Ah già, devo ricordarmi anche di consegnare la scheda di lettura di quel romanzo che non mi è piaciuto per niente.

8.10
Mi faccio un quarto d’ora di meditazione, così mi calmo e poi inizio bene

8.25
Un quarto d’ora di meditazione e dieci minuti a tentare di non pensare a quel sinonimo che cercavo già ieri e che non mi viene.

8.30
Ora inizio a lavorare. Sul serio.
8.30 13.00

Lavoro. Interrotta dal telefono che squilla almeno tre volte (“stai lavorandooooo? No perché sai io sono qui in ufficio che faccio una pausa caffè, oggi non c’è molto da fare e allora mi sono detta: la chiamo così facciamo due chiacchiere, tanto è a casa” “Eh solo che io in realtà non sto facendo la pausa caffè, sì sì sono a casa ma… sto lavorando”), dal tipo che suona al campanello pretendendo di vedere la mia bolletta della luce perché può propormi delle alternative che mi faranno risparmiare (“Signora, non mi dica che non ha dieci minuti, tanto è lì a casa” “Veramente sì, sono a casa ma questo è il mio ufficio, la ringrazio sì lo so che fa freddo e anche lei sta lavorando ma io devo consegnare. Va bene, non mi creda. Arrivederciiii!”), dai bip bip del cellulare e dai cani che vogliono giocare. Ma io insisto: devo concentrarmi; se perdo il filo è la fine, non ci capisco più niente e poi le parole mi sfuggono.
13.00
Pranzo

13.01
Pranzo?

13.02
Cosa mangio?

13.03
Genio! Ieri mi sono comprata quell’insalata mista già pronta. Perfetto. Così intanto posso iniziare a dare un’occhiata alla revisione che mi hanno mandato dell’altro libro.

13.05
Mi è passata la fame. Perché mi hanno segnato dei commenti sulla revisione? Oddio, non li leggo. Non ho il coraggio. Saranno tremendi. Farò schifo. Non lavorerò mai più.

13.06
Ah propone solo delle alternative.

13.07
Forse lavorerò ancora.

13.15
Se non sbaglio il supermercato del paesino vicino fa orario continuato. Potrei approfittarne e andare adesso a fare la spesa, stasera c’è la cena con gli amici e il frigo non si limita a piangere, sta singhiozzando disperato.

13.20
Sparecchio (leggi: butto in lavapiatti il piatto in cui avevo messo l’insalata), infilo le scarpe e una giacca. Chiavi della macchina. Soldi (pochi). Esco.

13.40
Supermercato. Telefonata. Due o tre telefonate (mio marito “Sì ho mangiato, sì tutto bene, a stasera. Sì anch’io”, mia madre “Sì sono al supermercato, ok lo compro, a dopo ciao”, la mia amica-collega “Sì leggimela. A me la frase suona bene e corretta, è giusta. Quando consegni? Domani? Allora ok ti lascio ciao ci vediamo quando riemergiamo”). Spesa fatta. Missione compiuta.

13.50
Caffè. Ritorno in studio. A casa.

14.00 19.00

Lavoro. Interrotta dal telefono che squilla (“Ciao! Ti disturbo? No perché siccome stavo andando a prendere i bambini e ho un attimo di tempo ho pensato di chiamarti” “Ah caspita mi spiace perché ora non posso, ho una consegna e sto lavorando” “Eh però io poi non posso, sai torno a casa, riprende tutto il tran tran ed è complicato” “In effetti, lo capisco. Però io adesso proprio non posso”. Senso di colpa “Va bene dai, cinque minuti, raccontami”), dai cani che vogliono mangiare di nuovo, dal vicino che mi chiede se posso aiutarlo un attimo (“ho pensato di chiedere a te che tanto sei casa”) a togliere dalle grinfie del suo gatto un uccellino che è caduto dal nido (Io lo so Gatto che tu lo fai per istinto, e lo so Uccellino che poraccio tu non ne hai nessuna colpa, ma io devo consegnare e sono tanto tentata di rispondere: Sto giro lasciamo fare alla legge di natura???). Ma ce la faccio, vado avanti, anche se la connessione oggi che piove non so perché è ballerina e perdo un sacco di tempo perché non so come si chiama quell’attrezzo che citano cento volte in questo libro e che serve a fare non so cosa con il vino e se non vedo una foto su internet non so come tradurlo. Ma ce la faccio anche se ogni tanto la funzione “paranoia” si riattiva in automatico e per spegnerla devo leggere ad alta voce quello che sto scrivendo. Ma ce la faccio anche se la risposta alla mia mail in cui chiedevo a un editore per quando era previsto un pagamento che è già in ritardo mi fa venire la pelle d’oca. Ma ce la faccio perché è il mio lavoro.

E poi cucino. Ci sono gli amici a cena e me ne stavo dimenticando. Volevo fare una paginetta in più così domani magari me la prendevo con calma. Ma no.

20.00
«Ciao! Scusa non siamo riusciti a portare niente perché oggi siamo stati al lavoro fino a tardi!»

Ecco. Appunto. Tavola imbandita.
Tanto io ero casa.

 
Sara Cavarero itañola di nascita, figlia di madre spagnola e padre italiano. Si occupa di traduzione editoriale e collabora con diverse case editrici italiane tra cui Mondadori, Einaudi, Sellerio, Bompiani, Vallardi, Salani, Rizzoli, Marsilio, Longanesi dando voce ad autrici e autori di lingua spagnola, catalana e portoghese.
Ha un marito, due cani e due gatti. E vive in campagna.

 
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La redazione di Atti impuri