Il mio genio, me stesso e io
di sj/damo

Un pezzo profetico.

1.

C’era un tempo in cui il mio genio, me stesso e io si lavorava al call-center. Un giorno, lo trovammo ancora in ciabatte al momento di uscire di casa: si era stufato, ci disse, non si sentiva gratificato né stimolato. Sarei dovuto andare al lavoro da solo. In compagnia di me stesso. Me stesso e io, entrambi molto timidi, non riuscivamo quasi a sostenere i reciproci sguardi. Ma “l’amore è paziente, è benigno l’amore, […] non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità”. E la verità è che galeotto fu il quarto d’ora di pausa ex art. 175 del d.lgs. 81/08: sotto, sopra, dentro la luce anti-buco che sembrava irradiarsi dalle nostre stesse viscere divenimmo amanti. Sentii che finalmente avevo trovato qualcuno che mi comprendeva pienamente e mi accettava per quello che ero. È benigno l’amore: il lento stillicidio delle ore successive era divenuto una piccola resurrezione circonfusa di luce densa, dolce e opalescente. Potevamo finalmente affrontare il chirurgico narcisista primario.
«Ora che stai a casa tutto il giorno», gli dicevamo me stesso e io, tenendoci per mano per farci coraggio, «potresti almeno farci trovare la cena pronta.»
E lui mentiva dicendo che la cura delle mani era più importante e per ogni popup porno che chiudeva se ne aprivano altri due.
«Potresti almeno scrivere qualcosa. Come facciamo a vincere il prossimo “Dead or Alive Poetry Slam”?»
E lui insolentiva dicendo: «Nessuna speranza contro Raspini o Sandron.»
«Non c’è Raspini. Tu butta giù qualcosa, io buco le gomme della bici di Sandron.»
«Detesto essere complice di un crimine altrui. Preferisco concepirne uno e metterlo in pratica io stesso», oppure: «Guarda, non so. Ho rinnovato il passaporto e mi trasferisco all’estero.»
«Brutto str… ’tresti almeno scrivere un saggio breve su Lost», pensavamo di blandirlo.
«A che pro? Alla fine muoiono tutti.»
Nonostante la defezione del mio genio, me stesso e io ci amavamo teneramente. Anche due o tre volte al giorno. Quando una mattina comparve Lada.

2.

Lada, capelli color grano… saraceno, occhi… di fagiolo omonimi, membra… parlamentari; alta, anzi lunga come i tempi di approvazione di una legge costituzionale, sinuosa come un referendum abrogativo. Iniziai a uscire con un gruppo di colleghi solo per poterla rivedere al di fuori dell’orario di lavoro. Una volta, persino, prendemmo anche un caffè corrotto al distributore automatico, chiacchierando del più e del meno algebrico. Ero cotto, anche perché mi cibavo solamente di cibi crudi a causa delle intemperanze del mio genio. Me stesso e io… Andavo in bagno e me stesso mi diceva: «Siamo in crisi? È un po’ che non facciamo all’amore». «Ma no», dicevo io tenendo la mano in tasca, «è che ho mal di pol… testa». Volevo dichiararmi a Lada. Avevo avviato un un carteg… giomento: le lasciavo bigliettini con frasi del tipo «Io e te due rime sopra una sinalefe» o «Vuoi essere la mia apodosi?». Lei rideva senza capire, anche a causa del mio forte accento italiano. D’altronde, più di tanto non potevo fare: il mio genio se ne stava a casa in sì panciolle.
Poi, un giorno, rientrai e trovai il mio genio e me stesso a letto che si massaggiavano la pro… tasi a vicenda. «Chi di Ladà ferisce», disse il genio. «Di Lodò (Alfano) perisce», concluse me stesso. Sconvolto, cercai sollievo nei Fonzies alla paprika, nel sesso anal… itico. Ma il peggio doveva ancora… venire.
Tornato a casa, li trovo morti nella posizione del loto tantrico. CHI È STATO? Cado in ginocchio e la mente si svuota e rimembro quasi con dolcezza quando il genio diceva parlando come Maradona: «Il genio non copia, non scrive e non cucina: ruba. Se vuoi, invitiamo Garau e Sandron a cena, li narcotizziamo e li derubiamo dei loro inediti». Garau, GARAU! So dove abiti! No: Arsenico Bravuomo, Montanari, Racca, Ruggiero, Scudo, sparajurij, Zeno, il PD! Ecco cosa fanno al paese le larghe intese! “Un se stesso e un genio trovati morti nel letto. Suicidati dal (pro)Stato!”. E corro corro corro tutta la notte e al mattino la vedo, Lada, soltanto lei mi può consolare, la seguo ma supera le toilette e scende le scale, la pedino piè veloce e felpato giù nei seminterrati e la vedo che si inginocchia sul pavimento di fronte al dott. Panetti che, in ottemperanza alla direttiva aziendale sull’ottimizzazione dei tempi di lavoro, ha già estroflesso il cazzo. Lada, russa di San Pietroburgo già Leningrado, alla domanda “Che fare?” risponde coi fatti e la dà, bocca e fica, e io corro corro corro a schizzo per vomitare in un angolo e sento che forse vengo meno, vengo diviso da me, forse muoro e non mi è di conforto pensare che se muoio nell’Aldilà mi aspetta forse chissà una psico… pompa.