L’Orco
di Ade Zeno

Orco_Gustave Doré

Tra qualche minuto il bambino attraverserà le fronde, inizierà a correre come colto da un convulso furore spiegabile solo con la follia della sua orribile infanzia, poi guarderà il cielo per un motivo che io soltanto posso sapere, chiuderà gli occhi feriti dalla solita lama di luce, e infine cadrà nel fosso in volata, piombando di sotto definitivamente. È un trucco antico come il mondo, quello dell’abbaglio, e il fatto che continui a funzionare dimostra ancora una volta che le cose vecchie servono pure a qualcosa. Fra l’altro io sono una di queste. Non propriamente una cosa, diciamo piuttosto una via di mezzo tra l’uomo gigante e forzuto che ero e il mostro rammollito in cui gli anni, senza pietà, mi hanno trasformato con il loro incedere ingiusto. Non posso muovermi molto, le mie ossa diventano ogni giorno più deboli sotto il peso di una carne che aumenta continuamente, si gonfia, gioca a esplodere in silenzio. Perché sì, è vero, la senilità mi ha messo fame, una fame astiosa, inesauribile, che mi costringe a sforzi spesso ingestibili. Mangio molto più di un tempo, butto giù bocconi sempre più grandi, a volte mi ingozzo, spingo giù, ingollo materia fino allo sfinimento, con foga. Eppure continuo a divertirmi, e la libidine della caccia assomiglia sempre più alle forme leggiadre del gioco, a trastullaggini dal vago sapore infantile che pensavo di aver dimenticato per sempre. Bisogna dire che ho imparato molto dai libri, dalle fantasie ben più malsane delle mie che hanno mosso illustri scienziati a scrivere manuali tecnici e trattati divulgativi sul come organizzare trappole infernali. Se so costruire un marchingegno in grado di attirare prede commestibili è grazie a loro, questi piccoli accademici capaci di fantasticare olocausti nucleari preoccupandosi di mascherarli con risibili teorie sull’utilità sociale. A loro lauree, allori, premi e ricchezze. A me le nozioni per mettere in pratica piani utili ai miei intestini.
Vivere nei boschi è tanto lirico quanto scomodo. Procacciarsi carne infante e sangue fresco ogni giorno, un’impresa improbabile. Per questo mi sono trasferito in città. Ai confini dei sobborghi meno centrali, sì, ma pur sempre vicino alle abitazioni, alle comodità urbane, alle luci. Anche qui non è semplice, bisogna sapersi nascondere, scegliere bene i fossi, le rogge meno in vista. Ma si può fare. A Clermont-Ferrand ci sono giardinetti deliziosi, parchi giochi, scuole, aiuole, perfino simulacri di bosco che costeggiano piccoli stagni zeppi di papere e austeri cigni a cui gli infanti sono soliti prestare le più sadiche attenzioni. C’è anche un grande fiume, torvo e superbo, che serpeggia lentamente lungo il suo letto abissale senza curarsi della morte che corre intorno ai suoi argini neri. Ho imparato a posizionare le trappole in punti strategici come questi. Tuttavia, al posto delle rudimentali tagliole di cui mi servivo in passato, ho saputo sostituire espedienti più ricchi, raffinati, e a volte – non faccio fatica ad ammetterlo – perfino comici. Come, per dirne una, le caramelle allucinogene disseminate ai bordi delle panchine; le sparpaglio durante la notte e il mattino dopo non resta che aspettare. I ragazzini sono gli esseri più indisciplinati dell’universo, avvertirli è inutile, solo una percentuale trascurabile di loro è in grado di opporsi al fascino carnale di un dolcetto bene allestito. Il trucco sta nella carta, nell’imballaggio: più sarà luccicante e imperlato di arabeschi, più sarà forte il suo potere seduttivo, magnetico. Far capitombolare culi sgraziati di infanti con pupille barcollanti è uno scherzo da ridere. Strappar loro il respiro dalla gola un giochino fin troppo breve. C’è poi il trucco del filo epilettico, uno dei miei preferiti fino a non molti anni fa, superato e inaffidabile al giorno d’oggi, ma a suo tempo mi ha procurato voluttuose soddisfazioni. A un estremità del cavo poteva erigersi qualsiasi oggetto, una banale trottola, un pupazzo dall’aspetto tenero, oppure un sacchetto gonfio di biglie rosse e blu. Dall’altra parte, ovviamente, io. Individuata l’esca il bambino non riusciva a evitare di seguirla saltando a scatti lungo tutto il percorso che l’avrebbe portato al mio nascondiglio.
Ora la tecnologia ha fatto passi da gigante, e oltre alle chimiche prodezze in grado di far sbandare un plotone di elefanti con poche gocce tagliate, l’elettricità, unita a un consapevole utilizzo delle discipline ipnotiche, può permettere di raggiungere traguardi a dir poco trionfali. Mimetizzare il faro telescopico è stata un’impresa forse ancor più laboriosa del montarlo rintracciando nelle discariche i componenti necessari. Sono pezzi difficili da trovare nei comuni cassonetti, e ci sono voluti mesi di incursioni notturne nei depositi industriali di questa città assurda per reperirli tutti. Ma trasportare e nascondere il giraffone – il nome è venuto da sé – ha comportato sforzi inenarrabili da cui mi sono ripreso a stento. L’ho posizionato in un parchetto periferico dotato di giardino roccioso artificiale. La sua base, costruita con le carcasse di dieci lavatrici e una quindicina di spessi pannelli d’alluminio, è solida, resistente. Il braccio di estensione, invece, è leggero e flessibile come la zampa di una cavalletta abnorme. Alla sua estremità superiore un occhio di vetro racchiude lampade più potenti del sole. Alimentate con pannelli solari ancorati sul tetto di un generatore incastrato alla base, le lampade sono in grado di emettere un fascio di luce fulminante della potenza di oltre seimila watt. Posso far sparire il giraffone in meno di venti secondi e spostare l’estensione del braccio di sette metri a sinistra e sette a destra. È una zona del parco poco frequentata dai genitori. Madri, nonne e zie distratte si spingono raramente fino ai limiti oscuri di questi cespugli. Le lotte fra indiani e i nascondini, invece, possono trovare soltanto qui il campo di gioco ideale. Bisogna essere temerari, è vero, ma la capacità dei pargoli di resistere alla paura è un argomento troppo sottovalutato. L’abbaglio li colpisce all’improvviso, inaspettatamente, non se ne rendono quasi conto. È un lampo terribile, tanto veloce quanto irrimediabile; una botta in testa sarebbe meno micidiale. Solo il rumore leggero del contatto, uno zic lieve, infine le fronde intorno che si illuminano per un istante tornando subito dopo nel buio più totale. Per un paio di secondi starà immobile, intontito e fermo, poi inizierà a barcollare come un pipistrello senza radar. La sua voce verrà strozzata e il respiro ucciso a metà. Il volo nella roggia e il mio abbraccio deciso saranno le ultime cose vive di quel corpo inoffensivo.
Ecco, è tutto qui. Ora il bambino ha appena attraversato le ultime fronde. È un bel fantoccio in calzoncini, decisamente soprappeso, goffo, sugoso. Sorride ancora – beato lui – perché non sa.
Tempo dieci secondi e la luce lo renderà mio.