Salvatrice Catena
di Barbara Buoso

Il probabile reintegro di Salvatrice Catena in azienda mi inquieta.
Ho comprato ieri dei parastinchi, ovviamente li metterò a rimborso.
Sono entrata da Foot Locker e una commessa gentilissima ha subito chiesto di cosa avessi bisogno.
Senta.
Dimmi.
A parte il fatto di non capire perché “dimmi” e non “dica”.
Eppure sono un quadro, dirigo, comando.
Niente: dimmi.
Torna Salvatrice Catena, forse.
Prego?
Odio le commesse che non capiscono subito.
Salvatrice Catena, forse, sarà reintegrata, mi ha dato un calcio a maggio dello scorso anno. Saranno state le tre, le avevo chiesto di non uscire durante l’orario di lavoro, ma del resto la capisco, non aveva preso il giornale e aveva la lettera anonima pronta da inviare alla redazione.
Non vendiamo buste, mi spiace.
No, non mi servono buste, poi lei tornata col giornale e ha deciso di scrivere una mail anonima. Con la posta aziendale. Ma in orario di lavoro eh, non sarebbe andata in straordinario.
Le chiamo il collega… (a quel punto aveva notato che ero, chiaramente, un dirigente).
No no: mi ascolti per cortesia.
… sì… (e fa un passo indietro).
Io ero il capo di Salvatrice Catena. Per anni lei ha scritto lettere anonime ai giornali durante l’orario di lavoro, pensi, una volta — non era una sprovveduta — voleva che io scrivessi, di mio pugno, l’indirizzo del giornale, perché altrimenti che lettera anonima eh, scusi.
Lo chiamava “interesse trasversale”, ovvero lei leggeva le notizie sui giornali e poi si metteva a indagare, durante l’orario di lavoro, sulla fondatezza del tutto.
Ovviamente accedendo al nostro archivio.
Per anni ha agito indisturbatamente, poi però, un giorno che poteva essere come un altro, dei cani della polizia l’hanno annusata alla stazione e lei è andata via di testa.
Aveva con sé le scarpe da ufficio.
Non ai piedi eh.
Come non ai piedi?
No, Salvatrice Catena partiva da casa con scarpe da viaggio — ai piedi — e portava con sé, in un sacchetto di plastica bianco, scarpe da ufficio.
Quando arrivava si chiudeva in bagno e calzava le scarpe da lavoro.
Il cane alla stazione evidentemente annusò una parte ‘sconveniente’ e lei, impaurita, prese a scarpate (non con quelle ai piedi, ma quelle nella borsa) l’agente che le aveva chiesto i documenti.
Che non aveva, li aveva lasciati nella gabbia del criceto il fine settimana prima.
Perché lei si aggirava per la città con un criceto, in gabbia, e si incazzava quando non trovava posto a sedere.
Per lei, non per il criceto.
Lei non pagava il biglietto quando non poteva sedersi, da qui le innumerevoli denunce all’autorità giudiziaria.
Una volta la gabbia del criceto rimase incastrata nella porta dell’autobus, lei urlò, il conducente (con cui è vietato parlare ma quel giorno bestemmiò) frenò bruscamente e il povero cricetino, con il colpo, andò a infilarsi nel tubo-giocattolo-scivolo e non riusciva più a uscire.
Salvatrice disperata chiamò i pompieri che arrivarono sul luogo a sirene spiegate nell’arco di pochi minuti, anche perché diversi altri passeggeri erano finiti per terra.
Estrarre il criceto finito nel tubo che, a sua volta, era finito nel culo di un simpatico ragazzone gaio fu drammatico.
Il ragazzo non voleva più liberarsene.
Tutto sommato il criceto sapeva farsi ‘amare’.
Tre commessi mi circondavano.
Quindi… quindi un bel giorno io ho preteso da Salvatrice copia della lettera anonima, lei si rifiutò, io le feci un richiamo formale e la pregai di allontanarsi.
Lei non mi ascoltò.
Le feci un secondo richiamo e lei mi ignorò.
Gliene feci un terzo e minacciai di chiamare i carabinieri.
Lei mi disse di tacere che non ero nessuno.
Li chiamai, quando li vide mi venne vicino e mi diede un calcio.
Io andai al pronto soccorso per farmi refertare e poi la licenziai.
La portarono via a sirene spiegate.
E poi vallo a spiegare all’infermiere che fai un tranquillo lavoro d’ufficio…
Me li dà questi parastinchi?