Il regolamento dei conti (Cap. 1 — Il progetto, parti I e II)
di sj/damo

I

I treni di questo Paese sono sovvenzionati per i due terzi dai Dipartimenti nei quali il Paese è diviso; la collettività quindi copre la maggior parte dei costi di esercizio, ma gli abitanti trattano il Bene comune come se non ne fossero direttamente responsabili. È un fatto incontrovertibile che gli abitanti di questo Paese non sono cittadini, pur occupando il territorio con una densità pari a circa 200 ab./km2 ed esercitandosi con particolare perizia nella speculazione edilizia su terreni destinati all’agricoltura, che da alcuni decenni fa loro realizzare ingenti profitti grazie al cambio di destinazione d’uso.
Sui treni, inspiegabilmente, latitano i sociologi e in generale gli studiosi di scienze umane, ovvero si camuffano assumendo senza eccessivo sforzo l’aspetto dei loro concittadini, mimetizzandosi nella feccia, anche se ne dubito; e ciò è piuttosto pernicioso per la ricerca, perché lavorando sui treni si può comprendere più a fondo la (dis)umanità degli abitanti di questo Paese che non in altri habitat. Sui treni i cittadini di questo Paese esplorano i confini ormai incerti fra la dignità e l’abiezione; maestri nell’arte della discrasia morale e dell’argomentazione capziosa, pusillanimi e conformisti, gli abitanti di questo Paese si comportano sui treni come se fossero a casa loro (in casa d’altri), mettendo i piedi sui sedili e fumando negli scompartimenti, perché sono anche troppo pigri per alzarsi e raggiungere il bagno più vicino. Fumare sui treni dipartimentali e interdipartimentali è vietato: un individuo dotato di un barlume di buon senso cercherebbe di rispettare e far rispettare questo divieto, perlomeno per omaggiare esempio di civiltà, poiché preziosi e soprattutto rari sono gli esempi di civiltà in questo Paese.
Per ogni cosiddetto eroe morto per combattere le mafie, esistono — in questo Paese — mille abitanti-non-cittadini che non hanno il coraggio di dire a un adolescente che fumare in una carrozza in cui viaggiano anziani, donne incinte e bambini, o più semplicemente altri abitanti-non-cittadini che gradirebbero non respirare il suo fumo, è un’enorme mancanza di educazione e di rispetto; che anche sporcare i sedili con le scarpe è un’enorme mancanza di educazione e di rispetto, poiché altri abitanti-non-cittadini, che pagano il servizio direttamente con il costo del biglietto e indirettamente con i prelievi fiscali, avrebbero il diritto di trovare i sedili abbastanza puliti, o comunque non insozzati dalle suole degli abitanti-non-cittadini maleducati. Il problema è che non c’è una vera distinzione, giacché nel Paese, come ho già detto, regna — in una parola — l’ignavia: coloro che si lamentano dei sedili sporchi — sempre in assenza degli insozzatori — sono i padri e le madri degli insozzatori stessi: nel Paese quindi vigono rapporti incestuosi fra madri nominalmente educate e figli nominalmente maleducati, o padri e figlie (o anche madri e figlie o padri e figli).

II

Il mio lavoro consiste nel dichiarare guerra allo sporco sui treni: attraverso i corridoi, carrozza dopo carrozza, salendo e scendendo le scale dei convogli a doppio piano, segnando le “anomalie”, il termine è coniato dall’amministrazione del Dipartimento, sul palmare, chiamato amichevolmente “Palmiro”, la mia arma d’ordinanza, che estraggo fulmineamente e ancora più fulmineo rinfodero nella tasca, con piglio decisamente sostenuto. I giovani e diversamente giovani abitanti-non-cittadini con i piedi sui sedili li tolgono non appena scorgono lo sfolgorante colore della mia elegante divisa, che si compone d’un gilè arancione “ad alta visibilità”, con innesti catarifrangenti, o non appena mi vedono voltare la testa dalla loro parte. Ma non hanno timore: sanno di sbagliare, ma non temono punizioni: temono il rimprovero. Sì, perché gli abitanti di questo Paese, come tutti gli ignavi, non sopportano alcun tipo di rimprovero, i meno abietti perché sanno in fondo al loro cuore nero e marcio di fare una cosa sbagliata o quantomeno inopportuna, i più abietti perché sono convinti che ciò sia lecito, in quanto “così fan tutti”. Gli abitanti di questo Paese rantolano e grufolano nelle proprie feci e si fanno defecare in bocca, ma non tollerano che qualcuno glielo faccia notare. Sono, come dicevo, maestri dell’argomentazione capziosa e saprebbero convincere qualunque straniero, anche il meno sprovveduto, che loro — gli stranieri — si sbagliano: non è merda, è cioccolato fondente (o al latte, secondo la gradazione cromatica degli escrementi di ognuno)! Ma io a quelli che mettono i piedi sui sedili non dico niente: i miei nemici sono quelli che fumano nelle carrozze; conservo le energie per loro. Alcuni di loro hanno l’età per essere i padri e le madri di cui poc’anzi si parlava, ma la maggior parte di loro sono giovani virgulti. Pochissimi osano trasgredire da soli: la trasgressione funziona decisamente meglio quando si è almeno in cinque o multipli di cinque. Oggi ho cercato di far comprendere a uno di questi gruppi che fumare sui treni è una mancanza di rispetto. La risposta è stata che avevano chiesto agli altri passeggeri se avessero niente in contrario e nessuno di loro aveva avuto niente da dire. Oppure che il capotreno in persona si era limitato a raccomandare di non fare troppo casino, che fumassero pure soffiando il fumo fuori dal finestrino: “Vieni pure casa mia e metti i piedi con le scarpe sul divano bianco, e già che ci sei fottiti mia moglie (se posso darti un consiglio: nel culo, le piace molto)”. Obiettai che probabilmente la gente aveva “paura”; “Lo vedi quello lì? Non ha nessuna paura, se ci ha detto che non è un problema, non è un problema. Hai fatto una figura di merda”. “Sei un cazzone”, ho risposto. Lo sconforto mi ha pervaso: le risposte giuste m’arrivano sempre troppo tardi — sulle scale, dicono i francesi — avrei potuto esercitarmi nel turpiloquio dicendogli, ad esempio, che sua “madre beve la sborra dei cani”, ma il pudore non me l’ha consentito. La risposta corretta era: a) pensate di essere trasgressivi, ma ci riuscite solo quando siete in gruppo e, in ogni caso, siete solo dei conformisti, adusi ai peggiori vizi del Paese; b) il timore di un capotreno o degli altri passeggeri non significa che ciò che fate sia lecito; c) le vostre madri bevono la sborra dei cani. Ma forse mi sbaglio: una risposta corretta non c’è.
La risposta giusta è quella degli abitanti-non-cittadini di questo Paese: finora m’hanno sempre detto: “Bravo!”. Quando qualcuno mi percuoterà selvaggiamente, mi lasceranno sciaguattare nel mio sangue, mi sputeranno sulla testa e rivolti ai miei carnefici — saranno cinque o multipli di cinque — esclameranno: “Bravi!”