Ghost Fellatio
di sj/damo

Non era Emma, che mi ha spezzato il cuore; non era Meri Malizia, che non ho mai sognato perché non se lo merita; non era Allegra, di cui pure ho apprezzato a Capodanno il décollété generoso, che lasciava intravvedere lembi di seno, che immaginavo più pieno, ma non così bello: era scolpito e se ne stava sospeso apparentemente senza l’aiuto di un reggiseno… Assomigliava piuttosto alla barista coi capelli corti del Tribeca, un locale nel centro di Torino, ma era una versione dai fianchi più larghi e il seno più grosso.
Ho sognato che ero sposato e vivevo in una villa in campagna, grazie ai guadagni del mio nuovo lavoro; il panorama era stupendo, libero fino all’orizzonte, e io mi figgevo in testa che la vita era felice, ma per vedere i tramonti dovevo salire su un tavolo pericolante in giardino; la mia fede era una fascetta d’alluminio fragile; mia moglie non l’ho incontrata, se ne stava in casa a sfaccendare.
Partii alla ricerca di un orafo cui affidare la creazione di nuove fedi e intanto camminavo lungo un canale artificiale che cingeva un filare di case in un ghetto per ricchi; dall’altra parte del canale alberi che impedivano di vedere oltre.
Ad un certo punto finii in un lotto azzurro e compresi di essere caduto nelle mani di alieni, presumibilmente pleiadiani; eravamo entrati in un edificio, forse una base intradimensionale o più semplicemente una delle villette a schiera – anche gli alieni amano abitare nel verde –, percorrevamo corridoi dalle pareti curve, cavi a sezione circolare. Domandavo loro quali fossero gli alieni che abitavano nelle varie densità: nella quarta ci abitano i Grigi. Ne incontrai uno e cominciai a schiaffeggiarlo, ma piano, quasi con affetto, come faccio con Leone, il cane dei miei genitori, quando mi salta addosso per leccarmi la faccia. Nella quinta non si litiga molto: ci abitano alieni rettangolari fatti di luce arancione. Al massimo si urtano e fanno qualche scintilla.
E poi si finisce a parlare del 2012, che è sempre più vicino; aprivo il frigorifero e intanto spiegavo a qualcuno che dopo il 21 dicembre 2012 nuove facoltà psichiche si risveglieranno negli uomini. Per dimostrare che non mentivo, scorsi nell’aria il fantasma di una donna, volai nel cielo per intimarle di andarsene. Lei s’adirò e mi scatenò addosso il malocchio, dicendomi pressappoco: «La tua laurea non ti servirà a un cazzo». Mi pento di non averle riso in faccia: il suo malocchio erano dei ridicoli palloncini colorati che in parte riuscivo a schivare, anche grazie all’intervento di mia madre, e in parte mi colpivano facendomi il solletico.
Poi il sogno divenne molto vivido. Il fantasma scese sulla terra e s’incarnò, mi sdraiai mollemente accanto a lei, che mi rivelò di essere morta nel 2006. «Be’, non è passato tanto tempo», risposi io. Un flashback mi mostrò un nebuloso omicidio-suicidio: lei era stata uccisa dal suo ragazzo o si era suicidata dopo averlo pugnalato.
Fu forse lo struggente ricordo della sua morte a far sì che lei mi offrisse le proprie intimità; si mise a pecorina e io potei desiderare di leccare e penetrare l’anello violaceo intorno all’ano, ma lei m’impose di possederle la fica. La presi con forza, e che turgida erezione! Il mio cazzo non era mai stato così lubrico e sicuro di sé, immune alla tentazione di precoci eiaculazioni. Lei godette, di questo sono certo, e io pensai che meritavo di venirle in bocca, anche se non ci eravamo ancora presentati. Ma prima volevo darle piacere con la lingua, mi sfilai e mi dedicai a succhiarle il clitoride.
Ci fu un’interruzione brusca. Non ci fu fellatio né ingoio. Non ci fu spargimento di seme. C’era ancora una scena da girare; l’aveva scritta il mio subconscio, ma mi sembrò confusa: la ragazza finiva in un bordello, mi pare, mentre la tenutaria e il suo aiutante di fiducia discutevano di strategie commerciali che non afferrai del tutto. I due comunque non erano persone raccomandabili, ma io abbandonai la mia amante agli sfruttatori e mi svegliai alle 4 e 23 del 15 gennaio 2010 con un’erezione e la prostata gonfia.